Benessere
  • Questo blog, spaziando dalla medicina alla psicoterapia, mira a far riscoprire un sereno rapporto medico-paziente basato sulla fiducia e sul dialogo

    A cura di Federica Leva
  • 11.1.14
    E il lavoro diventa un incubo da vivere giorno dopo giorno.

    Diana ha 35 anni, una famiglia e un lavoro che ama, OSS
    in una casa di cura per anziani. É un lavoro pesante, sia dal punto di vista fisica che psicologico. Gestire venti anziani, di cui oltre la metà considerati grandi disabili, non è semplice. Si cerca di garantire il benessere del paziente ricevendo poco, in cambio, qualche parola dagli utenti più lucidi o un sorriso da chi non può far altro per esprimere la propria gratitudine. Per alcuni anni, Diana ha tratto forza e appagamento dalle piccole manifestazioni d’affetto che i suoi fragili pazienti potevano offrirle. Poi, le condizioni lavorative sono cambiate per esigenze di gestione, i controlli si sono fatti sempre più serrati e d’ogni gesto e minuto speso con il paziente bisogna render conto sia alla direzione che alla Regione. Ogni aspetto del lavoro deve passare sotto il vaglio di economisti e amministratori che non hanno né l’esperienza pratica né – spesso! - la sensibilità necessaria per trattare un’utenza complessa come quella di cui si occupa Diana. Il lavoro viene disumanizzato e lei stessa si sente più una macchina operativa inserita in una catena di montaggio che una professionista preparata per accompagnare serenamente i suoi pazienti nei loro ultimi anni di vita. A dispetto delle nuove regole, Diana cerca di svolgere il suo lavoro al meglio e quando può cerca di strappare un’approvazione ai suoi superiori. Nonostante gli sforzi, però, non solo nessuno l’ha mai gratificata con un complimento, ma il suo lavoro è spesso in discussione e i delatori per perdono occasione per metterla in cattiva luce davanti alla dirigenza, che non si premura di verificare l’attendibilità dei fatti, e la convoca per richiamarla.

    «Cerco di non far notare quanto certi comportamenti mi addolorino», mi ha confidato. «Ma spesso torno a casa in lacrime.» Non capisce perché nessuno apprezzi il suo lavoro. Eppure, si è sempre impegnata a essere efficiente, anche al di là di ogni richiesta ragionevole! Forse, realizza, non val la pena fermarsi mezz’ora in più per completare le consegne alle colleghe del turno successivo o saltare il pranzo per prendersi cura di un paziente ormai disabile e abbandonato dalla famiglia. «Niente di quello che faccio sembra aver valore» si lamenta. «Perché?»

    Per difendersi dalla malignità di alcune colleghe, che sparlano alle sue spalle esponendola alle rimostranze dell’amministrazione, anche Diana inizia a mettere in atto un meccanismo basato sulla menzogna, sia per giustificare il proprio operato sia per svilire le compagne di lavoro. Se qualcuno l’accusa di un’imperfezione, cerca d’incolpare una compagna; se un dirigente avanza un’insinuazione, s’inventa un pretesto per valorizzare una sua scelta lavorativa. Agli occhi degli altri cerca di apparire perfetta, ma la verità è un’altra: fa fatica a sostenere i ritmi e l’organizzazione del lavoro, e l’ostilità delle compagne le rende sempre più difficile adeguarsi agli standard di qualità richiesti dall’amministrazione.

    Incoraggiata da un’infermiera che conosce la sua situazione, Diana chiede il supporto del coordinatore di reparto, sperando d’essere spostata di reparto o affidata, anche temporaneamente, ad altre mansioni, ma non viene ascoltata. «Hai ogni mezzo per svolgere bene il tuo lavoro», è la laconica risposta. «Impegnati come le tue colleghe e ce la farai anche tu.» Da parte dell’amministratore non c’è alcuna presa di consapevolezza del logorio emotivo della sua dipendente, forse per disinteresse o forse per timore di dover intraprendere un percorso riabilitativo che non avrebbe saputo gestire. Congedata con tanta indifferenza, Diana esce dallo studio maledicendo quel lavoro che stava iniziando a odiare. Come farò a tener duro per altri trent’anni? singhiozza.

    Com’è prevedibile, i rapporti nell’ambiente di lavoro si logorano fino a scatenare in lei un rigetto al solo pensiero di recarsi in reparto. «A volte, al mattino mi alzo e vomito. Farei qualunque cosa pur di non dover andare in quel posto, vedere certi visi, ascoltare certe voci…» Non le interessa più nulla nemmeno dei suoi “nonnetti”, come li ha sempre chiamati con affetto. Certo, li accudisce com’è previsto dal contratto, ma non li intrattiene più con scherzi e battute, mentre li lava o imbocca, ed è sempre più insofferente nel farsi carico delle loro esigenze. Le loro richieste le sembrano sempre più insopportabili. A volte, vorrebbe allontanare sgarbatamente una degente anziana che la segue ovunque, convinta che sia una sua nipote, e questo la ferisce: «Io non sono così», geme. «Ho condiviso tanti dolori, con i pazienti. Perché adesso per loro provo solo freddezza e ostilità?»

    A casa, è spesso irritabile, litiga con il marito e una sera è arrivata a sculacciare il figlio per un’inezia. Dorme poco e male. Spesso si veglia verso le 3.00 del mattino e pensa al lavoro, a quello che dovrebbe fare e a come evitare i rimbrotti dei superiori. Ora, ne è consapevole, lavora male, ma non ha nessuna intenzione di modificare il suo metodo. Non avrebbe l’energia per affrontare cambiamenti o apprendere qualcosa di nuovo. «Mi sento stanca come se non dormissi da giorni» racconta. «Sollevare un paziente mi sembra uno sforzo eccessivo, eppure non sono minuta! Mi sento la testa calda e pesante, come se fosse sul punto di esplodere. Quando sono al lavoro, vorrei spostare in avanti le lancette dell’orologio appeso in corridoio per poter scappare subito a casa.»

    Andare al lavoro non ha più significato, nell’ambito d’una gratificazione personale e professionale. É soltanto un impegno che diviene sempre più insostenibile, paragonabile a una condanna penale da scontare a vita.

    Il crollo avviene quando viene imposto un nuovo protocollo per alzare il livello di qualità della struttura, che implica drastici cambiamenti nella gestione del lavoro. Diana non accetta di dover collaborare più strettamente con quelle colleghe che più volte l’hanno messa in difficoltà, denunciando le sbavature del suo operato, e la sua insofferenza diventa rabbia.

    «Non ce la faccio più! Odio questo lavoro, odio i miei colleghi e non m’importa niente degli utenti!» sbotta. «Voglio solo essere lasciata in pace! Se non dovessi lavorare per vivere, non verrei qui nemmeno sotto tortura!»

    Un giorno, mentre si reca al lavoro, ha un malore, l’auto sbanda e finisce in un fossato. Diana non ricorda di aver sbattuto la testa, ma ha ricordi confusi dell’incidente. Quando il marito arriva per soccorrerla, trema, balbetta e piange. Da quel giorno, è a casa in malattia e al pensiero di rientrare al lavoro, si rabbuia. «La mia vita non è là» mormora. «Non sono gratificata da quell’ambiente, a nessuno interessa quello che faccio e come lo faccio. Se potessi, resterei a casa, mi occuperei di mio figlio e spenderei qualche ora per me stessa.»

    Nel gergo medico, diremmo che Diana è “in burnout”, ovvero che ha sviluppato un processo di logoramento psicofisico dovuto all’incapacità di sostenere e scaricare lo stress accumulato.

    Ha provato a difendersi con il sotterfugio della menzogna, scudo fragile e spesso deleterio ma, alla fine, la sua corazza ha ceduto, lasciandola esposta alla frustrazione e alla rabbia. Letteralmente, il termine burnout significa “bruciare fuori”, ed esprime il concetto figurato di qualcosa di caldo – la rabbia – che si accumula e si espande fino a esplodere con l’irruenza di un vulcano. E quando accade, il soggetto non riesce più a gestire da solo le proprie problematiche lavorative e ha bisogno di aiuto. É “un processo multifattoriale che riguarda sia i soggetti che la sfera organizzativa e sociale nella quale operano. Il concetto di burn-out (alla lettera essere bruciati, esauriti, scoppiati) è stato introdotto per indicare una serie di fenomeni di affaticamento, logoramento e improduttività lavorativa registrati nei lavoratori inseriti in attività professionali a carattere sociale.(Bernstein Gail; Agostini L,1990.).” (1)

    Le professioni a carattere sociale, chiamante anche “helping professions” coinvolgono figure come poliziotti, vigili del fuoco, psicologi, psichiatri e assistenti sociali, sacerdoti e religiosi, insegnanti educatori, tecnici della riabilitazione psichiatrica, avvocati, ricercatori e operatori callcenter.

    Il termine burnout è apparso la prima volta nel mondo dello sport, nel 1930, per indicare l’incapacità di un atleta di successo di conseguire ulteriori risultati o di conservare i titoli già acquisiti. Il termine è stato poi ripreso nel 1975dalla psichiatra americana C. Maslach, che ha definito il burnout come una “sindrome caratterizzata da esaurimento emozionale, depersonalizzazione e riduzione delle capacità personali”. Queste manifestazioni psicologiche e comportamentali possono essere raggruppate in tre categorie di disturbi: l’esaurimento emotivo, la depersonalizzazione e la ridotta realizzazione personale.

    L’esaurimento emotivo consiste nel sentimento di essere emotivamente svuotato e annullato dal proprio lavoro, per effetto di un inaridimento emotivo nel rapporto con gli altri.

    La depersonalizzazione si manifesta come un atteggiamento di allontanamento e di rifiuto (risposte comportamentali negative e sgarbate) nei confronti di coloro che richiedono o ricevono la prestazione professionale, il servizio o la cura. La ridotta realizzazione personale riguarda la percezione della propria inadeguatezza al lavoro, la caduta dell’autostima e la sensazione di insuccesso nel proprio lavoro. (2)

    Epidemiologia:
    La letteratura è discorde nella descrizione degli aspetti epidemiologici della sindrome del Burnout, ma si riscontra un determinato livello di coincidenza per alcune variabili: età; sesso; stato civile; turnazione lavorativa; anzianità professionale; sovraccarico lavorativo. Sono più a rischio i giovani lavoratori, ancora inesperti e più soggetti a sviluppare forme ansiogene nei confronti di compiti che temono di non poter affrontare, le donne e i single. Naturalmente, tanto più è pressante il carico lavorativo, e tanto più facilmente il lavoratore è esposto al rischio di burnout.

    Le fasi del burnout (3)
    Negli operatori sanitari, la sindrome si manifesta generalmente seguendo quattro fasi.
    La prima, preparatoria, è quella dell'"entusiasmo idealistico" che spinge il soggetto a scegliere un lavoro di tipo assistenziale. Nella seconda ("stagnazione") il soggetto, sottoposto a carichi di lavoro e di stress eccessivi, inizia a rendersi conto di come le sue aspettative non coincidano con la realtà lavorativa. L'entusiasmo, l'interesse ed il senso di gratificazione legati alla professione iniziano a diminuire.

    Nella terza fase ("frustrazione") il soggetto affetto da burnout avverte sentimenti di inutilità, di inadeguatezza, di insoddisfazione, uniti alla percezione di essere sfruttato, oberato di lavoro e poco apprezzato; spesso tende a mettere in atto comportamenti di fuga dall'ambiente lavorativo, ed eventualmente atteggiamenti aggressivi verso gli altri o verso se stesso. Nel corso della quarta fase ("apatia") l'interesse e la passione per il proprio lavoro si spengono completamente e all'empatia subentra l'indifferenza, fino ad una vera e propria "morte professionale".

    Le cause del burnout (3)
    sovraccarico di lavoro: il disadattamento è presente quando la persona percepisce un carico di lavoro eccessivo (le richieste lavorative sono così elevate da esaurire le energie individuali al punto da non rendere possibile il recupero), quando, anche in presenza di un carico ragionevole, il tipo di lavoro non è adatto alla persona (si percepisce di non avere le abilità per svolgere una determinata attività) e quando il carico emotivo del lavoro è troppo elevato (il lavoro scatena una serie di emozioni che sono in contraddizione con i sentimenti della persona).

    senso di impotenza: il soggetto non ritiene che ciò che fa o vuole fare riesca ad influire sull'esito di un determinato evento. mancanza di controllo: il disadattamento si verifica quando l'individuo percepisce di avere insufficiente controllo sulle risorse necessarie per svolgere il proprio lavoro oppure quando non ha sufficiente autorità per attuare l'attività nella maniera che ritiene più efficace. riconoscimento: si ha disadattamento quando si percepisce di ricevere un riconoscimento inadeguato per il lavoro svolto. senso di comunità: è presente disadattamento quando crolla il senso di appartenenza comunitario all'ambiente di lavoro, ovvero quando si percepisce che manca il sostegno, la fiducia reciproca ed il rispetto e le relazioni vengono vissute in modo distaccato ed impersonale. assenza di equità: si ha disadattamento quando non viene percepita l'equità nell'ambiente di lavoro in ambiti quali, ad esempio, l'assegnazione dei carichi di lavoro e della retribuzione o l'attribuzione di promozioni e avanzamenti di carriera.

    valori contrastanti: il disadattamento nasce quando si vive un conflitto di valori all'interno del contesto di lavoro e cioè quando la persona non condivide i valori che l'organizzazione trasmette oppure quando i valori non trovano corrispondenza, a livello organizzativo, nelle scelte operate e nella condotta.

    “Il soggetto colpito da burn-out manifesta sintomi aspecifici (irrequietezza, senso di stanchezza ed esaurimento, apatia, nervosismo, insonnia), sintomi somatici con insorgenza di vere e proprie patologie (ulcere, cefalee, aumento o diminuzione ponderale, disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali ecc.), sintomi psicologici (depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, rabbia, risentimento, irritabilità, aggressività, alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno, indifferenza, negativismo, isolamento, sensazione di immobilismo, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, difficoltà nelle relazioni con gli utenti, cinismo, atteggiamento colpevolizzante nei confronti degli utenti e critico nei confronti dei colleghi). Tale situazione di disagio molto spesso induce il soggetto ad abuso di alcool, di psicofarmaci o fumo.
Dal punto di vista clinico e psicopatologico la sindrome del burn-out va differenziata dalla già nota sindrome da disadattamento: sociale, lavorativo, familiare, relazionale. La sua originalità è rappresentata dal fatto che essa si verifica all’interno del mondo emozionale della persona ed è spesso scatenata da una vicenda esterna. La sindrome del burn-out potrebbe essere paragonata ad una sorta di virus dell’anima, perché sottile, invisibile, penetrante, continua, ingravescente. Se non si interviene determina l’exitus volitivo ed energetico, non solo lavorativo, della persona.” (4)

    Le conseguenze del burnout sono facilmente prevedibili. Il soggetto assume atteggiamenti negativi verso la vita, privata e professionale, la qualità del suo operato diviene scadente e si osserva una crescente insofferenza nei confronto degli utenti affidati alle loro cure. In molti casi, si registrano un peggioramento della salute, accompagnato talora dall’uso e talora anche abuso di psicofarmaci. L’aumento dell’assenteismo lavorativo completa quasi sempre il quadro dei segni più evidenti della sindrome.

    Per misurare il burnout sono state codificati diversi metodi. Il più noto è la scala di Maslach, un questionario multidimensionale di 22 items, che affronta tre diversi campi della professionalità: esaurimento emotivo, depersonalizzazione, realizzazione personale.
    A ogni domanda il soggetto interessato deve rispondere inserendo un valore da 0 a 6 per indicare intensità e frequenza con cui si verificano le sensazioni descritte nella domanda stessa.

    É anche diffuso un secondo metodo, dal titolo quasi ironico, che mi è stato sottoposto sia durante il percorso universitario sia durante un seminario formativo dedicato a questo argomento, e l’ho testato personalmente. Lo propongo anche a voi, così che possiate giocare a misurare il vostro grado di burnout lavorativo:
    MISURATI LA “FEBBRE”
    (ARIPS - PSICOSOCIOLOGIA e PSICOLOGIA di COMUNITA')

    Pensando agli ultimi sei mesi, cerca di indicare se ti è capitato di sentire o fare le cose scritte di seguito. Segna con una X le voci che indicano sentimenti o fatti che ti sono capitati più spesso o con più intensità:
    - la mattina, andare al lavoro, è un grosso sforzo per me
    - il lavoro che faccio, in fondo, è del tutto inutile
    - quando penso al lavoro sento rabbia e risentimento
    - il lavoro mi serve per sopravvivere economicamente
    - non riesco a trovare niente di positivo nel lavoro che faccio
    - la mia vita vera è al di fuori del lavoro; lì mi basta riuscire a farmi i fatti miei
    - durante la giornata di lavoro mi sento stanchissimo/a
    - ogni giorno non vedo l’ora che arrivi il momento di andare a casa
    - dopo una giornata di lavoro mi sento distrutto/a
    - in verità coloro con cui ho rapporti sul lavoro non mi piacciono molto
    - appena posso cerco di evitare i “contatti” con gli utenti
    - penso che i miei utenti non siano tanto “belli”
    - faccio molta fatica ad “ascoltare” veramente ciò che vogliono dirmi gli utenti
    - mi sembra di essere sempre allo stesso punto, di non fare progressi
    - in fondo, se i miei utenti non traggono vantaggi dal mio aiuto, è colpa loro
    - ciò che contano, alla fine, sono soprattutto le formalità (procedure, regolamenti, schede, ecc..)
    - mi addormento con difficoltà e dormo poco e male
    - coi colleghi cerco di evitare ogni discussione
    - sul lavoro la cosa che più importa è “star bene”, stare in pace, farmi i fatti miei
    - penso che ci vorrebbero più misure di controllo sul comportamento dei miei utenti, più disciplina, più psicofarmaci, ecc..)
    - soffro spesso di influenze, allergie, mal di testa, disturbi intestinali
    - faccio fatica a cambiare opinione e non sopporto l’idea di dover cambiare qualcosa nel mio lavoro
    - sono molti, sul lavoro, quelli che ce l’hanno con me o non mi stimano
    - prendo pillole di ogni genere
    - appena posso mi assento dal lavoro adducendo motivi familiari, o di salute, o altro
    - in famiglia sono irritabile e litigioso/a; oppure ho problemi col partner
    - cosa sto facendo? Chi me lo fa fare?
    - sto sacrificando troppo il “mio” privato
    - in fondo per le “tre lire” che mi danno
    - certi miei utenti, certi colleghi, certi dirigenti, guadagnano come me o più di me senza “sbattersi” tanto
    - quale carriera mi aspetta? Posso andare avanti in questo posto per vent’anni?
    - forse mi conviene guardarmi in giro o riprendere a studiare, non si sa mai
    - non riesco ad essere utile ai miei utenti
    - nel mio territorio è impossibile fare un buon lavoro
    - l’Istituzione non offre alcun valido appoggio, anzi
    - tutta l’organizzazione in cui lavoro, non risponde alle reali esigenze degli utenti
    - superiori, dirigenti e politici non hanno alcun apprezzamento per il mio lavoro
    - gli utenti non hanno quasi alcun apprezzamento per ciò che faccio, schede, relazioni, rapporti scritti mi soffocano
    - sono impreparato per il lavoro che faccio, e si vede
    - a causa del mio sesso, ho più problemi degli altri, nel mio lavoro
    - non so mai cosa devo fare io e cosa devono fare gli altri (colleghi, amministratori, dirigenti, consulenti, ecc..)
    - nel territorio il mio prestigio è quasi zero
    - i rapporti coi colleghi sono inesistenti o negativi
    - verso il lavoro provo spesso noia o nausea
    - l’importante è evitare problemi, sul lavoro
    - i casi difficili, le riunioni, gli straordinari se li facciano gli altri
    - meno impegno possibile, sia mentale che temporale
    - ora mi defilo, mi do per occupatissimo
    - devo cercare di farmi dare un incarico di tutto riposo
    - quanto mi manca per la pensione minima?


    Somma: quante crocette hai messo? Conta le crocette, dividi il loro numero per 4 e aggiungi 36. Il risultato di questa operazione è la tua “febbre”. (tratto da: AA.VV. “L’operatore cortocircuito”, CLUP, Milano, 1987) (5)

    Diana ha raggiunto un valore di temperatura piuttosto alto. Spero che il vostro sia ben più basso, segno che il vostro lavoro riesce ancora a darvi una gratificazione personale e professionale.

    Come intervenire?
    L’intervento ottimale consiste nella prevenzione della sindrome, e dovrebbe essere pianificato e gestito dall’azienda di riferimento. Le soluzioni sono varie e contemplano l’offerta di variazioni lavorative, per rendere il lavoro interessante e o poco routinario, spostamenti di reparto, se graditi dall’operatore – se venissero imposti senza un motivo organizzativo inevitabile e dimostrabile, si creerebbe l’effetto opposto, fino a sfociare nel mobbing -, pause, incentivi e gratificazioni personali, incontri con il personale per fluidificare i rapporti e risolvere le conflittualità, promuovere il confronto tra le aspettative del personale e gli obiettivi del servizio, per evitare equivoci. Questi interventi si possono mettere in pratica anche qualora la decadenza psicofisica si fosse già verificata. Il punto essenziale è “saper ascoltare” l’operatore, prendendo coscienza delle sue difficoltà, e attuare tutte le risorse aziendali per ripristinare un equilibro psicofisico compatibile con un buon rendimento lavorativo.

    La Maslach indica la necessità di focalizzarsi anche sull’individuo. Sarebbe opportuno che l’operatore stressato o prossimo al decadimento cercasse di:
    porsi degli obiettivi realistici
    variare la routine
    applicare tecniche di rilassamento fisico e mentale
    separare lavoro e vita privata, per evitare la propagazione del malessere nella vita familiare
    rafforzare le relazione con amici e familiari.
    rafforzare le relazioni positive con i colleghi di lavoro
    Tratto da (6)
    É quindi importante che l’azienda di riferimento comprenda la necessità di pianificare sia un trattamento preventivo che riabilitativo e che l’utente non sia lasciato a se stesso.

    Aggiungo che “Con il decreto 27 aprile 2004 (GU 134 del 10 giugno) il Ministero del Lavoro ha aggiornato l’elenco delle patologie per cui è obbligatoria la denuncia all’INAIL da parte del medico inserendo tra i “nuovi agenti patogeni” le disfunzioni dell’organizzazione del lavoro e le malattie ad esse connesse. Così come sono previsti all’interno delle aziende screening per le malattie fisiche, si dovrà quindi cominciare a pensare in modo serio a screening valutativi del disagio aziendale (valutazione clima organizzativo) o individuale (presenza di disturbi psichiatrici indipendenti dal lavoro e loro contestualizzazione, ovvero direttamente correlati a problematiche aziendali), e pianificare percorsi di supervisione individualizzati e di gruppo.” (7)

    Bibliografia
    1 - http://www.my-personaltrainer.it/salute/burnout.html 2 - http://www.psicopolis.com/burnout/sanita.htm 3 - http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_da_burnout 4 - http://www.psicopolis.com/burnout/sanita.htm 5 - AA.VV. “L’operatore cortocircuito”, CLUP, Milano, 1987) 6 - http://www.psicologiadellavoro.org/?q=burnout 7 - http://www.psicosoma.it/ricerca/burnout_malattia%20professionale.htm

    Sono presenti 25 commenti

    Anonimo ha detto...

    Bravissima! Bentornata!

    Anonimo ha detto...

    Sicuramente la dottoressa ha accumulato esperienza e fa bene a scrivere di queste cose. Ne prendano atto i genitori o i parenti di questi ospiti indifesi ed esposti alle paturnie dell'assistente di turno. Non tutti sono adatti a svolgere queste mansioni che certo non sono esaltanti ma richiedono solo tanto amore e disponibilità. Ne prendano atto anche i dirigenti di questi istituti e si avvalgano pure di questi articoli scritti da chi certamente li ha vissuti sulla propria pelle!
    anonimo

    Federica ha detto...

    Grazie, Anonimi, per il caloroso saluto. Conosco bene la sindrome di cui si parla nell'articolo e so quanto possa essere insidiosa, sia per l'operatore che ne è vittima sia per il paziente che la subisce di riflesso. Per esperienza, posso tranquillizzare il secondo anonimo, giustamente preoccupato per le conseguenze dei degenti: di solito, quando un operatore non ce la fa più, il team dei colleghi o dei compagni di lavoro preposti ad altre mansioni interviene per farsi carico delle sue "mancanze". E' altresì importante che la dirigenza sia istruita sull'esistenza della sindrome e abbia il coraggio di farsene carico, per garantire un ambiente di lavoro sereno e salvaguardare l'utenza a cui si rivolge. Buona giornata! Federica

    ory deva ha detto...

    Sarò breve : si stava meglio quando si stava peggio !!!!!

    Federica ha detto...

    Spero che non sia in burnout, Ory! E spero che non lo sia qualcun altroe nel suo reparto.

    Anonimo ha detto...

    Io ho rischiato il burnout anni fa (quanto probabilmente il termine o il riconoscimento della patologia manco esistevano); dato che l'azienda di cui allora ero dipendente era del tutto indifferente alla cosa, il mio rimedio è stato cambiare posto di lavoro. Una mia amica medico (del 118), nella mia stessa situazione di quel tempo, pure lei ha recentemente cambiato posto di lavoro. Ma cosa fare quando, per motivi obiettivi, come l'attuale contingenza economico-lavorativa, è impossibile o quasi cambiare lavoro??? Denunciare lo stato di cose all'INAIL tramite il proprio medico? Ma serve effettivamente a qualcosa, se l'azienda se ne strafrega? Conclusione: viviamo in un mondo di m3rd4, dove i valori come l'impegno, l'entusiasmo, l'amore, la generosità vengono derisi, calpestati, ignorati. Ci tocca vivere con l'acceleratore a fondo, "bruciando" ogni nostra energia per reggere ritmi disumani che ci portano soltanto all'autodistruzione, nostra personale in primis, ma che alla fine condurrà al collasso dell'intera società... :-/
    Mariangela

    Mile ha detto...

    Cara Federica....colpito il bersaglio...io ora sto facendo benzina ...son a casa dai primi di dicembre ...e inizio a star bene solo ora.....il mio serbatoio era completamente vuoto. Restar senza benzina in un lavoro come il nostro...non fa bene a nessuno. Grazie al tuo articolo...ho scoperto..o meglio ho riconfermato di essere in burnout. E' meglio che non ti dica quanta febbre ho in base al test sopracitato!!!!!!!!!!!!! Cmq...il mio motto è "non mollare mai !"...Quindi.... ce la farò..ma tornerò al lavoro imparando a metterci il "giusto impegno"...non il "troppo impegno". Grazie ciao Mile

    giulietta ha detto...

    Brava Federica,l'articolo giusto al momento giusto!Faccio girare...la situazione peggiora sempre più sia in sanità sia nella scuolae e nel cosiddetto terzo settore...il burocrate batte il professionista...

    Anonimo ha detto...

    Dottoressa, bell'articolo, davvero. Mi ritrovo in diversi "sintomi" descritti anche se non sono completamente vittima del burnout (almeno non finora e non del tutto!). La mia qualifica non é quella descritta nel caso citato in articolo, ma il settore lavorativo é quello. Appena possibile, voglio provare a fare il test proposto. Ne vedrò delle belle? Un saluto e grazie ancora per l'articolo davvero interessante. M.

    Anonimo ha detto...

    Molto interessante. Sull'incidente automobilistico di "Diana" ci farei qualche pensierino inquietante. Adriana Comaschi

    Anonimo ha detto...

    Sono un OSS da quasi 20 anni...e questo pseudo-lavoro fa schifo. La retribuzione è ridicola e non ti permette certo di mantenere o crearti una famiglia, se poi ci mettiamo che dopo tanti anni sono letteralmente svuotato di tutto, beh immaginate un po' che rottame son diventato ! Infatti lavoro pochissimo e mi deprimo sempre..l'autostima è una chimera e oramai sono isolato socialmente : mi vergogno di questo "lavoro".
    Perchè ho scelto di essere OSS ? Ero giovane e stupido e l'ho sempre considerato un ripiego, un qualcosa di temporaneo in "attesa di".. Dopo la laurea è successo il peggio : se volevo mangiare ho dovuto continuare con il "sociale" e non potete immaginare la frustrazione. Sì, volevo finalmente smetterla di circondarmi di handicappati, emarginati, ecc. e trovare significato e gratificazione, identificarmi in una professione meno deprimente e (per me) angosciante. Ma non è successo : ormai sono troppo vecchio anche per pulire i cessi o per metter scatole di pomodori sopra lo scaffale di un discount. Ho limitato i danni e lavoro 7 ore alla settimana con utenti gestibili e "leggeri" in più ho attivato un percorso di riqualificazione professionale in ambito completamente diverso. Forse sarà un buco nell'H2O ma almeno ci provo sebbene in colpevole ritardo.
    Lontano dalle "sfighe altrui" sono ritornato più sereno, piano piano mi sto disintossicando anche grazie all'aiuto di un percorso psicologico. Cerco di capire cosa mi piace, i talenti che tale professione ha spazzato via 20 anni fa. Resta cmq una sensazione ORRIBILE, un buco nero nel quale si precipita da SOLI, si urla piangendo disperatamente ma nessuno ti soccorre : del tuo dramma in fondo a chi frega ? Ma io preferisco vivere, ho "chiuso" (o quasi) con un lavoro che produce solo malessere patologico e che alla lunga ti annienta.
    Comodo, sia per gli enti che per le maledette coop.sociali sia di sx che cattoliche, avere OSS sempre disponibili e in prima linea : tanto chi dirige e amministra è chiuso nella sua torre d'avorio con poltrona dirigenziale e scrivania in mogano. E con uno stipendio 3-4 volte superiore al tuo. Il fetore della cacca, o le urla scomposte del down o del pazzo con tendenze aggressive mica le sente infatti QUELLO è il TUO "lavoro"...
    Auguri a tutti. Ma prima di voi buona fortuna a me stesso (merito di meglio).

    Gionia Pizzario ha detto...

    Buonasera…
    Sono gionna che è stata molti fregata io hanno perso speranza poiché che vuole un prestito di 23.000€, ma io hanno inteso parlato della Sig.ra CINZIA Milani. All'inizio ero un po'che diffida ma dopo le diverse procedure rassicurate per noi due io hanno finito per avere il prestito chiesto sul mio conto. Volete prendere contatto con essa se avete bisogno di un prestito presso una persona onesta e serietà ecco la sua mail contattate - rapidamente: milanicinzia62@outlook.com

    Qing Cai ha detto...

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